Brexit: l'analisi di Cristiano Sabino (Fronte indipendentista unidu)

Articolo di Cristiano Sabino (Fronte indipendentista unidu) apparso su Contropiano
Cristiano Sabino (foto © di Alessio Niccolai)
Era prevedibile. Appena i risultati pro brexit sono stati insindacabili si è diffuso il panico nell’establishment finanziario e creditizio del vecchio continente e dei loro megafoni mediatici. Europeisti di sinistra, di centro, di destra e a pallini hanno di botto fatto venire fuori tutto il fascismo latente che gli ribolle nelle vene. Basti pensare alle dichiarazioni del prof. Mario Monti, docente della Bocconi ed ex premier italiano, il quale ha parlato senza vergogna di “abuso della democrazia” vantando il fatto che la costituzione del bel paese non preveda il voto sui trattati internazionali. È proprio singolare questa concezione secondo cui la democrazia va bene finché viaggia nella stessa direzione dei circoli dominanti dell’alta finanza e invece non va più bene e bisogna mettergli un freno quando va in direzione opposta. Una democrazia ad uso e consumo delle banche, dei capitalisti e dei loro think tank insomma.
La stampa pro-UE e diversi maître à penser della “sinistra bene” hanno tirato fuori di tutto: dal manifesto di Ventotene, alla possibilità di una nuova guerra mondiale fino alla colossale stupidaggine secondo cui più della metà dei cittadini britannici sarebbero diventati di colpo razzisti, cialtroni e analfabeti.
Dai commenti letti in rete e sui giornali sembra che l’Europa Unita si riduca al poter viaggiare liberamente, al partecipare ai programmi di scambio di studio (Erasmus) e all’amicizia fra popoli pacifici. Tutte cose molto belle, ma la narrazione dei fan pro-UE finisce qui e nulla viene detto sulle politiche di austerità, sulle direttive da massacro sociale, sulla pericolosissima involuzione antidemocratica delle decisioni prese da banche e da gruppi mai eletti da nessuno come per esempio l’“Eurogruppo” che si riunisce e delibera su questioni importantissime senza manco rilasciare verbali.
La brexit ha inoltre fatto venire fuori l’organicità di certa “sinistra” alle logiche delle classi dominanti. Con Saviano in testa tutta la “sinistra bene” che ha rimosso da un bel pezzo tutta la produzione intellettuale anticapitalista e antifascista agita istericamente il manifesto di Ventotene – scritto da un pugno di intellettuali antifascisti al confino – come un vessillo ideologico pro-UE. Ma che ci azzecca l’opposizione di Altiero Spinelli e altri allo sciovinismo e al bellicismo dell’Europa tendente al fascismo con l’esaltazione bieca (a sua volta sciovinista, militarista e tendente al fascismo) dell’europeismo al tempo dell’austerity e della troika? Ovviamente si tratta solo di propaganda, per di più del tipo più becero.
La brexit, al di là delle sue oggettive contraddizioni, è invece una buona notizia per chi di sinistra lo è veramente e ha a cuore la giustizia sociale e la libertà dei popoli. Perché? Per almeno quattro buone ragioni.
Intanto infrange un tabù ventennale e cioè che il meccanismo di unificazione europea sia un fatto irreversibile, esattamente come hanno cercato di farci credere per gli stati a fusione nazionale. In diversi hanno avuto questo sogno che poi si è rivelato un incubo, da Carlo Magno a Carlo V, da Napoleone a Hitler: un ordine unitario sotto un comando di ferro. Di volta in volta cambiava la matrice (religiosa, militare, imperiale, razziale, economicista) ma il tentativo totalitario e irreversibile del dominio rimaneva immutato.
In secondo luogo dà una lezione a chi riteneva di poter fare i conti senza l’oste e imporre dall’alto decisioni che riguardano la vita delle persone. A dispetto della propaganda infatti a dare il colpo di grazia all’adesione della GB alla UE non sono stati solo vecchietti nostalgici dell’impero, razzistelli intruppati da Farage e beoni da osteria. Le cause della brexit sono multifattoriali certo, ma è stato determinante anche il “fuck you Europe” della classe lavoratrice britannica come spiega bene la lettura analitica di Andrea Genovese su Contropiano (Il Referendum Britannico: un tentativo di analisi del voto). La working class e le periferie hanno sbattuto i pugni sul tavolo e hanno detto basta allo smantellamento della democrazia e dei diritti sociali dettati dalle politiche imposte dalla UE e accolte da decenni di governi ultraliberisti di marca conservatrice o laburista.
Con la brexit il trattato commerciale fortemente voluto dagli USA scricchiola un po’. Non molti sanno che cosa sia e soprattutto come funzioni il TTIP. Basta dire che è un trattato (negoziato segretamente) di liberalizzazione commerciale fra USA e UE con l’obiettivo dichiarato di smantellare tutte le regolamentazioni del mondo del lavoro e del commercio non strumentali al mercato nordamericano e solo in parte agli interessi delle multinazionali europee. Così tutti i settori di produzione e servizi saranno predabili senza più freni, dall’agroalimentare al mercato dei farmaci, dalla scuola all’acqua. Insomma il paradiso delle multinazionali che potranno mettere le mani ovunque e detteranno legge e a cui i governi dovranno adeguarsi supinamente senza fiatare se non vorranno incorrere in pesantissime sanzioni. Non è ancora certo, ma forse la brexit potrebbe rappresentare un freno alla ratifica del trattato, per lo meno da parte della GB, insomma una bella gatta da pelare per i rapaci condor commerciali USA e le loro politiche ultraliberiste.


E poi c’è la questione indipendentista di Scozia e Irlanda. Nel 2014 la Scozia perse il referendum sull’indipndenza per un soffio. Una delle questioni in ballo era proprio la minaccia, neanche tanto ventilata, da parte degli organismi della UE di non accettare la Scozia nell’Unione se avesse vinto il Si al distacco. Bene, per uno di quei paradossi che spesso danno una spinta alla storia proprio la brexit potrebbe determinare la fine dell’Union Jack. L’esito del referendum ha mobilitato l’opinione pubblica scozzese e ha dato l’occasione alla segretaria del SNP Nicola Sturgeon di annunciare la possibilità di svolgere un secondo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito (e per rimanere nell’Unione Europea). La brexit sembra aver svegliato perfino il nazionalismo nordirlandese che ora invoca la necessità di riunificazione con l’Irlanda. Bene. Che siano i popoli a decidere se rimanere nella UE, se rimanere negli stati dove sono imprigionati dal secolare colonialismo e dai tentativi di “fusione nazionale”. Che decidano i popoli con la democrazia e la coscienza libera, svincolati dalle minacce dei tecnocrati, degli speculatori e di cricche di potere sempre più elitarie e antidemocratiche.
Per quanto riguarda la Sardegna e il movimento indipendentista sardo, credo che anche noi dovremo batterci per avere gli stessi diritti dei cittadini britannici: poterci esprimere sull’appartenenza o meno alla UE e sull’appartenenza o meno allo stato italiano. Nessuno ci ha mai chiesto se vogliamo essere italiani e se si a quali condizioni. Nessuno ci ha mai chiesto se vogliamo aderire alla UE e a quali condizioni. Insomma nessuno ci ha mai chiesto nulla e a casa mia questo si chiama fascismo. Alla fine è una questione di democrazia e di diritto a decidere. 
Personalmente credo che il fondatore dell’indipendentismo moderno Antoni Simon Mossa, poliglotta e architetto di fama internazionale, avesse inquadrato il problema già in tempi non sospetti squadrando l’“unione europea” per quello che è ed è sempre stata, cioè un «sistema verticalistico» che «consente il controllo della produzione, del mercato e della ricerca delle risorse a un piccolo gruppo di operatori concentrati al vertici, e instaura la forma più pesante e più organizzata di colonialismo ad oggi conosciuta, perché non soltanto annulla la libertà dei popoli, ma la toglie a quelli che, come i francesi, l’avevano acquistata con una lunga lotta secolare».
Per cui rimbocchiamoci le maniche e lottiamo per una Sardexit, dall’Italia e dalla UE e, visto che le cose sono legate, anche dalla NATO di cui sopportiamo ancora oggi una occupazione militare invasiva, pericolosa ed arrogante.

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