Vertice NATO a Varsavia, parla Iraklis Tsavdaridis: «Sì alla Pace, no alla NATO»

Il KP (Partito Comunista di Turchia) ha pubblicato un’intervista, sul proprio settimanale ‘Boyun Eğme’, a Iraklis Tsavdaridis, segretario esecutivo del WPC (World Peace Council - Consiglio mondiale della pace) sul prossimo vertice Nato a Varsavia (Polonia). Fonte: International Communist Press

Il Vertice della NATO avrà luogo l’8 e il 9 luglio a Varsavia e questo è motivo di preoccupazione per il WPC più che mai. Che idea ti sei fatto a riguardo? Pensi che questo summit vada a sommare nuove minacce (oltre a quelle già presenti - ndt) alla pace e ai popoli del mondo? 
«Il WPC è storicamente l’unica struttura internazionale di Pace che si oppone fortemente alla NATO. La NATO è stata, ed è tuttora, il braccio armato dell’imperialismo: non è stata fondata per la difesa dei popoli dato che ha sempre assunto ruoli offensivi, sostenendo regimi fondamentalisti e Colpi di Stato fino a servire gli interessi dei monopoli e delle multinazionali. La NATO è stata creata molto prima del Patto di Varsavia e, quando quest’ultimo è stato sciolto, la NATO ha ulteriormente ampliato il suo raggio d’azione verso est, come ben noto. Allo stesso tempo, poi, ha stabilito una partnership strategica e di cooperazione con l’UE, soprattutto a seguito del Trattato di Lisbona e del Vertice NATO dell’omonima città portoghese del 2010. I funzionari dell’oranizzazione non nascondono, in realtà, i loro obiettivi e piani: nel vertice di Varsavia saranno ratificate, infatti, molte azioni fino a quella del dispiegamento di 30mila soldati lungo la linea del mar Baltico, fino alla Bulgaria. L’obiettivo della NATO è quello di affrontare la Federazione Russa anche con l’installazione dello scudo di difesa missilistica in Est Europa: la NATO vuole evitare una possibile risposta militare da parte russa mentre si assicura un’opzione di primo attacco, in ogni caso. L’UE, dal canto suo, sta creando un esercito europeo coi suoi ‘gruppi di combattimento ed è pronta a coordinare le missioni militari on la NATO, di concerto con le azioni degli Stati Membri stessi contro le possibili proteste di massa o rivolte dei popoli.»

Il WPC ha pienamente rivendicato le proprie considerazioni dopo il 1999 quando avvenne l’intervento imperialista e il bombardamento della Jugoslavia da parte della NATO, attraverso la creazione del protettorato del Kosovo, [affermando come quella ndt] come fosse una prova generale, l’inizio di un piano che sarebbe poi stato successivamente attuato in Afghanistan, Iraq, Nord Africa e in Libia in particolare, Paese in cui si svolgeva la cosiddetta Primavera araba, dirigendo la rabbia accumulata nei confronti dei regimi reazionari che hanno collaborato con Usa e UE. 
«Nel 2014 gli Usa e l’UE hanno generato il violento rovesciamento del Governo ucraino - in parte organizzando sia le truppe d’assalto neonaziste, sia fornendo [loro ndt] l’equipaggiamento necessario - sostituendolo con un regime filo-Ue/Usa e utilizzato in una strategia contro la Federazione Russa. La NATO ha in programma l’affiliazione della Svezia, della Finlandia, della Serbia e della Macedonia, nonché di Cipro nel ‘partenariato per la pace'. Tutto ciò che s’è detto precedentemente e le recenti decisioni NATO sull’invio della Germania, della Grecia e della Turchia a pattugliare il Mar Egeo è solo un aggravare delle crescenti tensioni che porteranno ad una generalizzata guerra di dimensioni mondiali.»

Quali sono i piani del WPC per protestare al prossimo vertice della NATO?
«Il WPC aveva organizzato precedentemente proteste e conferenze a Istanbul, Strasburgo, Lisbona, Chicago e in Galles, lo faremo anche a Varsavia: terremo, infatti, una conferenza anti-NATO. Vogliamo evidenziare, attraverso la nostra campagna “Sì alla pace no alla NATO”, che la NATO è nemica della pace e dei popoli. Sappiamo e crediamo fermamente che le principali azioni del WPC e dei suoi membri saranno effettuate nelle stesse date nei rispettivi paesi. Molte azioni si stanno già svolgendo, molti dibattiti, eventi, proteste davanti alle ambasciate o nei pressi degli uffici della NATO, in diversi Paesi. La nostra presenza a varsavia consiste non solo in una protesta ma anche nella condanna veemente dei piani criminali e imperialisti della NATO, così come per inviare la nostra solidarietà alle forze sane della Polonia, amanti della Pace, che lottano in condizioni estremamente difficili.»

Come pensi che possano essere ostruiti i piani aggressivi della NATO contro i popoli e la classe operaia?
«Il movimento per la pace globale, e il WPC in particolare, ha lottato tutto l’anno contro i piani degli Usa, della NATO e dell’Ue in Medio Oriente dove negli ultimi anni si sta attuando il piano imperialista per un “Grande medio oriente”; allo stesso modo ha lottato contro i piani in Europa Orientale, dove gli imperialiste stanno arruolando un enorme numero di soldati; così in Asia e in Pacifico, dove gli USA stanno spostando il 60% della loro potenza militare. Allo stesso modo si lotta contro la crescente aggressività imperialista anche in America Latina, dove gli interventi militari si stanno intensificando con la scusa di combattere il terrorismo. Il punto centrale, in questa lotta del movimento per la pace, è quello di sottolineare e capire che le stesse forze che preparano e iniziano le guerre e le aggressioni stanno dietro agli attacchi contro i popoli e ai diritti del lavoro di molti paesi. I monopoli e il grande Capitale stanno accrescendo i loro profitti - soprattutto durante la crisi economica del sistema capitalistico - e vanno alla ricerca di nuove risorse energetiche, di mercati e sfere di influenza, tanto in tempo di pace che di guerra imperialista. Solo la lotta unitaria dei popoli, coordinata e determinata, può porre una battuta d’arresto, indebolire e infine rovesciare il dominio imperialista.»

Sacramento: vittoria sui fascisti


Un militante del Party for Socialism and Liberation - PSL (in foto) manifesta contro i fascisti a Sacramento nonostante gli sia stato spruzzato dello spray al pepe dagli «white supremacists», i suprematisti bianchi (fascisti, neonazisti e affini). 

Nella giornata del 26 giugno, i fascisti avrebbero dovuto tenere una riunione nel 'California State Capitol building' (il 'Campidoglio' di Sacramento ndt) ma gli antifascisti, accorsi da tutto il nord della California, hanno occupato i gradini e la zona antistante al palazzo fin dalla mattina, così da poter evitare che la riunione razzista si tenesse. 
La polizia ha schiacciato sui lati della strada i manifestanti antifascisti per consentire l'ingresso di fascisti e neonazisti nel palazzo ma questi hanno resistito, così come hanno retto l'urto delle ondate degli «white supremacists» che, a più riprese, hanno tentato di aprirsi un varco tra gli antifascisti per poter entrare nel palazzo.
«I circa 500 manifestanti antifascisti che hanno presidiato il territorio antistante al palazzo - riporta Liberation news, il quotidiano online del PSL - Party for Socialism and Liberation - erano di vario orientamento politico, di varia provenienza territoriale ed età ma erano tutti uniti contro l’odio e la predicazione delle idee razziste. La dimostrazione è stata sostenuta da vari gruppi tra cui gli Antica Sacramento e i componenti delle associazioni contro le violenze della Polizia, il Partito laburista progressista, il PSL e vari collettivi anarchici. Un militante del PSL è stato aggredito, picchiato e gli è stato spruzzato dello spray al pepe dai fascisti, tuttavia è stato salvato dai manifestanti ed è - ora - in ottime condizioni. Durante uno scontro almeno quattro manifestanti antifascisti sono stati accoltellati».

KKE: messaggio di solidarietà al KP (Partito Comunista turco) a seguito dell'attacco criminale all'aeroporto di Istanbul

Traduzione dall'italiano della nota di solidarietà del KKE inviata al KP a seguito dell'attacco criminale all'aeroporto di Istanbul. Fonte: 902.gr, traduzione dal greco all'inglese dal blog In defense of Communism | Traduzione dall'inglese all'italiano dall'Internazionalismo

Il dipartimento Relazioni Internazionali del Comitato Centrale del KKE ha inviato il seguente messaggio di solidarietà al KP (Partito Comunista Turco) 


Esprimiamo il nostro cordoglio per le vittime del criminale attacco all’aeroporto di Istanbul. 
Il popolo della Turchia deve vigilare perché le contraddizioni e gli scontri tra imperialisti nel Paese, animano il terreno su cui il popolo ha  versato il proprio sangue, e tali azioni rientrano nei piani di escalation di interventi per le guerre e per i profitti dei monopoli, imponendo misure repressive contro il popolo lavoratore. Il Governo dell'AKP  porta gravi responsabilità sulle sue spalle fintanto che prosegue con la politica che ha coinvolto direttamente la Turchia nei piani imperialistici. 

Il popolo, che paga un pesante tributo di sangue per i movimenti e sconvolgimenti tra monarchie del Golfo, Nato, UE, USA, Russia e Israele, ha tutto l'interesse di unirsi in una lotta comune, contro gli interessi dei monopoli, delle borghesie, degli imperialisti. 
Con preghiera di trasmissione alla classe operaia di questo messaggio al popolo della Turchia e alle famiglie delle vittime, portiamo la solidarietà internazionalista dei comunisti greci.

Il Partito Comunista Svizzero sulla Brexit

Nota del PC Svizzero sulla Brexit

Il logo del Partito Comunista Svizzero
Salutiamo la scelta democratica del popolo britannico di uscire dall’Unione Europea: è un segnale forte contro l’imperialismo e il neo-liberismo che l’UE conduce e rappresenta. 

Tuttavia non ci si deve fare illusioni poiché Londra resta saldamente in mano a chi queste politiche anti-popolari le ha sempre sostenute. Oggi ha prevalso l’idea - che noi comunisti condividiamo da anni - dell’irriformabilità dell’UE dall’interno, e ciò è oggi sotto gli occhi di tutti, anche dopo lo sviluppo dell’esperienza greca. 

Solo però se la Gran Bretagna saprà riprendere la propria sovranità nei settori economici strategici e in quello dei diritti sociali così gravemente rovinati dalle politiche di austerity e ancora se saprà svincolarsi dalla prassi bellicista della NATO aprendosi a maggiore cooperazione coi paesi emergenti BRICS, potremo dire che il Brexit ha costituito un elemento di progresso. 

Il risultato odierno viene ora strumentalizzato come una vittoria della sola destra nazionalista e xenofoba, ma ci si scorda la grande mobilitazione di sinistra: oltre ai partiti comunisti britannici e ad alcune sigle sindacali con cui da tempo abbiamo relazioni, si sono mossi personaggi del calibro dell’ex-leader sindacale Arthur Scargill (protagonista degli scioperi degli anni ’80) e dell’ex-deputato George Galloway (oggi candidato a sindaco di Londra). 

Il risultato va quindi anche letto come un segnale di disaffezione dei ceti popolari e della classe lavoratrice verso il Partito Laburista (partner del PSS), la cui base non sembra aver seguito le indicazioni subalterne agli interessi del grande capitale europeo di Jeremy Corbyn. 
 Bisogna insomma che a sinistra si abbandoni il romanticismo che confonde la solidarietà internazionalista con il cosmopolitismo e si torni invece a riscoprire il pensiero concreto del socialismo: il “Leave" vince infatti nelle zone di maggiore sofferenza sociale ed economica, cioè tra le vittime dell'offensiva capitalistica più violenta e a cui la sinistra - anche da noi - deve subito tornare a dare risposte. 

Il nostro partito, che difende l'indipendenza e la neutralità della Svizzera, spera di costruire con i militanti sindacalisti, socialisti e comunisti della Gran Bretagna, unificate azioni di solidarietà antimperialista e internazionalista per una nuova sovranità popolare e una vera e propria democrazia dei lavoratori contro i monopoli.

«Nessuno vi salverà, se non voi stessi», il KP sull'attacco ad Istanbul

Dichiarazione del KP (Partito Comunista turco)  riguardo l’attacco terroristico all’aeroporto di Istanbul (Fonte: Rivista Comunista Internazionale)

Nessun popolo è predisposto per natura a ricevere massacri o ad inginocchiarsi alla tirannia o mantenere il silenzio nei confronti del fondamentalismo. Tutte le persone che lo fanno perdono la loro umanità. 
Rifiutiamo di abituarci ai massacri, attentati e omicidi politici. Rifiutiamo di fare i conti con un governo che cerca sempre di porre come “eventi usuali” omicidi politici, stragi, attentati e omicidi. Rifiutiamo di tacere contro un governo che interferisce negli affari interni di altri paesi, che fomenta i terroristi ad attaccare quelle terre e che sostiene gli stessi terroristi in nome di “valori sacri” del proprio Paese. 
Rifiutiamo di riconoscere il diritto di coloro che fanno passare nuove leggi in parlamento mentre decine di persone muoiono a causa dell’indifferenza, dell’ipocrisia, di piani sinistri e dell’inettitudine [di chi siede tra i banchi] del Governo. 
Rifiutiamo di fare i conti con la borghesia e con quelli che pensano che il sole sorga e tramonti sui proprio profitti in questo bagno di sangue. 
Rifiutiamo di lasciare in pace l’amministrazione della Turkish Airlines, la quale impiega persone pro-ISIS tra le proprie fila più critiche. 
Rifiutiamo di prendere per scontato le parole del Primo Ministro quando afferma che «non c'è alcun problema di sicurezza» mentre si abbandonano persone in stato confusionale, stordite, a piazza Taksim nel mezzo della notte.
Non tollereremo che alcuni tassisti ridano e infanghino la reputazione dei loro colleghi mentre questi soccorrono e portano i feriti gratuitamente all’ospedale.
Nessun popolo è predisposto per natura a ricevere massacri o ad inginocchiarsi alla tirannia o mantenere il silenzio nei confronti del fondamentalismo. Tutte le persone che lo fanno perdono la loro umanità. 

La soluzione non verrà dal cielo!

Questo Paese non vedrà mai giorni di gloria senza lottare!

Non brontolate: organizziamoci! 

Non sottraevi di chiamare questo governo reazionario a rendere conto [di questi fatti], così come i banchieri e i capitalisti che mormorano sulla “reputazione del Paese” contando il numero dei turisti mentre i nostri concittadini vengono massacrati.

Sardegna: le posizioni dell'indipendentismo sulla #Brexit


Quello che pensa la parte maggioritaria dell’indipendentismo scozzese e irlandese della Brexit è noto: se il Regno Unito è uscito dalla UE noi abbiamo il diritto di uscire dal Regno Unito e di aderire alla UE. Ma qual è la lettura dell’indipendentismo sardo sulla brexit? Abbiamo fatto un piccolo viaggio fra le diverse posizioni e sensibilità della scena indipendentista sarda.

 Il primo soggetto ad uscire con un comunicato è stato il partito Libe.r.u. (acronimo di Liberos, Rispettados, Uguales)  che si è concentrato soprattutto sulla contraddizione delle “nazioni celtiche” schierate per il cosiddetto Remain. A spiazzare un pò tutti – argomenta la direzione di Libe.r.u. – è stata la posizione delle nazioni celtiche oppresse, che si riscoprono come paladine dell’europeismo. Secondo Libe.r.u. la posizione europeista di scozzesi ed irlandesi non sarebbe di tipo organico, bensì tattico e pragmatico, frutto della possibilità storica di affrancarsi dal dominio di Londra. In particolare in Scozia «ovunque stravince la permanenza, certamente sull’onda della posizione presa dallo Scottish National Party (…) il quale gioca anche la carta europeista in funzione anti inglese». Discorso analogo per i nazionalisti irlandesi che «temono di ritrovarsi con un “muro” che separa le comunità irlandesi del nord dalla Repubblica, confine segnato dalla futura non appartenenza della Gran Bretagna (e quindi anche dell’Irlanda dal Nord) all’UE, di cui la Repubblica fa parte». Libe.r.u. imputa questa tendenza dei movimenti nazionalistici celtici pro-UE ad adottare la logica del “nemico del mio nemico è mio amico”, senza considerare il fatto che l’Unione Europea è «un polo imperialista, nemico della libertà delle nazioni, della dignità dei lavoratori e delle masse popolari». La posizione di Liber.u. sulla UE è chiara: «l’imperialismo non si sconfigge infatuandosi degli imperialismi nemici del proprio dominatore ma combattendo l’imperialismo. (…) Non ha perciò alcun senso oggi ritenersi indipendentisti e al contempo europeisti, così come non ha senso ritenersi europeisti ma contrari a questa Unione Europea. Di Unione europea c’è solo questa: l’Europa dei popoli è un sogno, niente di tangibile, semplicemente non esiste». 

Il Fronte Indipendentista Unidu aveva affrontato giusto un anno fa la questione “imperialismo UE” in un percorso formativo curato con l’organizzazione giovanile Scida e il collettivo antagonista Furia Rossa organizzando diversi incontri con il redattore di Contropiano Marco Santopadre. L’organizzazione anticolonialista aveva per l’occasione preparato un documento di analisi, (era ancora fresca la scottatura del tradimento del partito di sinistra greco Syriza che aveva alla fine firmato il Memorandum imposto dalla troika), proponendo una piattaforma politica internazionale articolata su quattro punti fondamentali. All’indomani del risultato del referendum britannico il Fronte ripropone e rilancia la piattaforma, accogliendo «con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE» e la possibilità che «questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà». Il Fronte tende la mano a tutte quelle realtà internazionali che ritengono opportuno uscire dalla UE in quanto ritenuta «irriformabile» e, nei fatti, una «unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei». Uscire dalla UE significa anche uscire dalla NATO che rappresenta sia una costante minaccia alla pace tra i popoli che una deprivazione di risorse ai servizi primari» dello stato sociale. Il terzo punto della piattaforma consiste nel «riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione» inteso come «fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO». Last but not least il punto sulla necessità di rivedere tutti i trattati e le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare» che i governi della UE hanno varato cancellando di fatto «le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento». Cancellare integralmente queste politiche economiche – concludono gli anticolonialisti – «significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d’essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace»

Di marca diversa la posizione del partito ProgRes che separa l’aspirazione ad un europeismo di stampo cosmopolita e cooperativo da ciò che la UE effettivamente è diventata: «è bene chiarire che uscire dall’UE non significa uscire dall’Europa, ma più semplicemente sciogliere quei trattati e accordi internazionali che vincolano gli Stati Membri. È bene dunque aprire la discussione su cosa debba essere l’UE e cosa debbano stabilire i trattati che la definiscono». ProgRes dichiara “fallito” l’«attuale progetto dell’UE», anche a prescindere dal risultato del referendum britannico e imputa tale fallimento alla «burocrazia» e all’«incapacità di creare diritti nuovi e una reale cittadinanza europea». In buona sostanza il fallimento della UE è dovuto alla limitatezza «degli stati ottocenteschi che l’hanno costruita» i quali sono stati «incapaci di dare corpo ad un progetto serio di Europa dei popoli». ProgRes però ritiene comunquee che sia possibile costruire un’«Europa dei popoli e delle persone» a partire dall’ascolto delle comunità e a questa «nuova europa anche la Sardegna dovrà saper dare il suo contributo».


Sardigna Natzione Indipendentzia, invece, assume una posizione di difesa della UE, inteso come l’ambito nel presente «più vicino alle nostre attese». Sebbene la realtà della UE non sia ideale – continua la direzione di SNI – «Nessuna possibile soluzione politica per le nazioni senza stato ci sarebbe in una scomposizione dell’Europa e in un ritorno agli stati-natzione dell’ottocento trincerati nella difesa dei confini e dell’integrità nazionale». Per Sardigna Natzione l’occasione che si presenta è storica, perché «se la Scozia e l’Irlanda del Nord aprono una strada nuova in Europa, con la loro indipendenza, quella strada la percorreremo anche noi sardi, i catalani, i baschi, i corsi, i fiamminghi e tante altre nazioni, 50 milioni di Europei che di fatto daranno un’altra conformazione all’asfittica Europa di oggi». Sardigna Natzione infine attacca duramente chi ha colto nella brexit un fattore positivo: «SNI, non si spiega come alcuni auto-rivoluzionari e alcuni indipendentisti non si accorgano di fare parte dell’ONDA e di correre il richio di trovarsi insieme, senza volerlo, ai peggiori reazionari a fare l’OLA a Salvini, Farage , Le Pen e Trump e quanto di peggio il mondo abbia partorito. SNI non è nell’ONDA. All’antieuropeismo ideologico contrappone l’europeismo strumentale, non condiviso ideologicamente per questa Europa, ma utile alla natzione».

Gloria La Riva, la candidata comunista (di cui nessuno parla) alle presidenziali americane

«Trump è un bigotto disgustoso, l’incarnazione dei peggiori eccessi del sistema capitalista, non ci sono parole forti abbastanza per descriverlo. D’altra parte, però, Hilary Clinton non è da meno: è un evidente strumento di Wall Street e patentemente guerrafondaia. Il Partito Democratico non può fermare l’ascesa dell’estrema destra (rappresentata da Trump), può farlo solo un movimento di massa che propone un nuovo modello di società. L’establishment dei democratici sta conducendo una serrata campagna sul meno peggio, sostenendo che l’unico modo per battere Donald Trump è quello di sostenere Hilary Clinton (e rimpinguare le linee dei partiti che già la sostengono). Bisogna, in realtà, votare per il PSL e lottare per una società socialista in cui il diritto all’istruzione, all’alloggio, all’assistenza sanitaria e il lavoro vengano garantiti».
A parlare non è un esponente di un qualsiasi partito comunista europeo o mondiale, bensì americano. Gloria La Riva, infatti, è la candidata alle presidenziali statunitensi per il PSL (Party for Socialism and Liberation), piccolo partito che non si cela dietro a giri di parole e non stenta nel definirsi comunista (addirittura marxista!). Il PSL è definito, negli USA, come third party: tale classificazione sta a indicare tutti quei partiti politici che, negli Stati che vanno a comporre gli USA, non si affiliano ai due partiti maggiori (Partito Repubblicano e Partito Democratico) e che - genericamente - candidano un proprio Presidente alle elezioni, indipendentemente dai due principali sopracitati. I maggiori third party sono il Partito Verde (Green Party), il Partito Libertario (Libertarian Party) e il Partito per la Costituzione (Constitution Party).
Gloria La riva, in ogni caso, è già stata candidata alle presidenziali come Vice Presidente nel 1984, 1988, 1996 e 2000 per il Workers World Party, una delle molte organizzazioni comuniste americane ma il salto lo fece nel 2004 quando partecipò alla costituzione del PSL, in uscita dal Workers World Party.
Negli Usa, insomma, c'è anche una candidata comunista alle elezioni Presidenziali.

Il Partito Comunista di Danimarca in supporto della classe operaia francese


Traduzione della nota del Partito Comunista di Danimarca (KPiD) in sostegno alla lotta degli operai francesi in sciopero

Il Partito Comunista di Danimarca (KPiD) dichiara il proprio pieno e completo sostegno nei confronti della classe operaia francese in sciopero. Il nostro partito si rende conto della necessità di organizzarsi e manifestare non solo nei confronti del Governo francese, ma nei confronti dell’architrave del sistema capitalistico: l’Unione Europea. 
L'UE ha lanciato un attacco globale contro tutto il movimento di lotta della classe operaia e nei confronti di tutto ciò che ha conquistato nel tempo: diritti sociali, diritti del lavoro e - non ultimi - i diritti democratici. 
Tali diritti vengono messi da parte non solo in Francia ma in tutta Europa. I componenti dei sindacati, ovunque, devono costringere i loro leader e segretari per schierarsi con la classe operaia in lotta contro il sistema capitalistico. 

Il KPiD riconosce la necessità della lotta intrapresa da parte della classe operaia francese, condotta non solo contro le condizioni di deterioramento del mercato del lavoro, ma anche contro i continui tagli al settore pubblico. Non solo in Francia - inoltre - ma in tutta Europa la classe operaia ha bisogno di benessere e sicurezza, condizioni di lavoro giuste, dignità, opportunità adatte per i bambini e i giovani, un sistema sanitario ben funzionante e la cura adeguata nei confronti degli anziani e delle persone più vulnerabili. 
Il KPiD invita la classe operaia in tutta Europa a mettere in chiaro la propria posizione: non tollereremo più questi attacchi.

Lavoratori di tutto il mondo, unitevi!

Brexit: l'analisi di Cristiano Sabino (Fronte indipendentista unidu)

Articolo di Cristiano Sabino (Fronte indipendentista unidu) apparso su Contropiano
Cristiano Sabino (foto © di Alessio Niccolai)
Era prevedibile. Appena i risultati pro brexit sono stati insindacabili si è diffuso il panico nell’establishment finanziario e creditizio del vecchio continente e dei loro megafoni mediatici. Europeisti di sinistra, di centro, di destra e a pallini hanno di botto fatto venire fuori tutto il fascismo latente che gli ribolle nelle vene. Basti pensare alle dichiarazioni del prof. Mario Monti, docente della Bocconi ed ex premier italiano, il quale ha parlato senza vergogna di “abuso della democrazia” vantando il fatto che la costituzione del bel paese non preveda il voto sui trattati internazionali. È proprio singolare questa concezione secondo cui la democrazia va bene finché viaggia nella stessa direzione dei circoli dominanti dell’alta finanza e invece non va più bene e bisogna mettergli un freno quando va in direzione opposta. Una democrazia ad uso e consumo delle banche, dei capitalisti e dei loro think tank insomma.
La stampa pro-UE e diversi maître à penser della “sinistra bene” hanno tirato fuori di tutto: dal manifesto di Ventotene, alla possibilità di una nuova guerra mondiale fino alla colossale stupidaggine secondo cui più della metà dei cittadini britannici sarebbero diventati di colpo razzisti, cialtroni e analfabeti.
Dai commenti letti in rete e sui giornali sembra che l’Europa Unita si riduca al poter viaggiare liberamente, al partecipare ai programmi di scambio di studio (Erasmus) e all’amicizia fra popoli pacifici. Tutte cose molto belle, ma la narrazione dei fan pro-UE finisce qui e nulla viene detto sulle politiche di austerità, sulle direttive da massacro sociale, sulla pericolosissima involuzione antidemocratica delle decisioni prese da banche e da gruppi mai eletti da nessuno come per esempio l’“Eurogruppo” che si riunisce e delibera su questioni importantissime senza manco rilasciare verbali.
La brexit ha inoltre fatto venire fuori l’organicità di certa “sinistra” alle logiche delle classi dominanti. Con Saviano in testa tutta la “sinistra bene” che ha rimosso da un bel pezzo tutta la produzione intellettuale anticapitalista e antifascista agita istericamente il manifesto di Ventotene – scritto da un pugno di intellettuali antifascisti al confino – come un vessillo ideologico pro-UE. Ma che ci azzecca l’opposizione di Altiero Spinelli e altri allo sciovinismo e al bellicismo dell’Europa tendente al fascismo con l’esaltazione bieca (a sua volta sciovinista, militarista e tendente al fascismo) dell’europeismo al tempo dell’austerity e della troika? Ovviamente si tratta solo di propaganda, per di più del tipo più becero.
La brexit, al di là delle sue oggettive contraddizioni, è invece una buona notizia per chi di sinistra lo è veramente e ha a cuore la giustizia sociale e la libertà dei popoli. Perché? Per almeno quattro buone ragioni.
Intanto infrange un tabù ventennale e cioè che il meccanismo di unificazione europea sia un fatto irreversibile, esattamente come hanno cercato di farci credere per gli stati a fusione nazionale. In diversi hanno avuto questo sogno che poi si è rivelato un incubo, da Carlo Magno a Carlo V, da Napoleone a Hitler: un ordine unitario sotto un comando di ferro. Di volta in volta cambiava la matrice (religiosa, militare, imperiale, razziale, economicista) ma il tentativo totalitario e irreversibile del dominio rimaneva immutato.
In secondo luogo dà una lezione a chi riteneva di poter fare i conti senza l’oste e imporre dall’alto decisioni che riguardano la vita delle persone. A dispetto della propaganda infatti a dare il colpo di grazia all’adesione della GB alla UE non sono stati solo vecchietti nostalgici dell’impero, razzistelli intruppati da Farage e beoni da osteria. Le cause della brexit sono multifattoriali certo, ma è stato determinante anche il “fuck you Europe” della classe lavoratrice britannica come spiega bene la lettura analitica di Andrea Genovese su Contropiano (Il Referendum Britannico: un tentativo di analisi del voto). La working class e le periferie hanno sbattuto i pugni sul tavolo e hanno detto basta allo smantellamento della democrazia e dei diritti sociali dettati dalle politiche imposte dalla UE e accolte da decenni di governi ultraliberisti di marca conservatrice o laburista.
Con la brexit il trattato commerciale fortemente voluto dagli USA scricchiola un po’. Non molti sanno che cosa sia e soprattutto come funzioni il TTIP. Basta dire che è un trattato (negoziato segretamente) di liberalizzazione commerciale fra USA e UE con l’obiettivo dichiarato di smantellare tutte le regolamentazioni del mondo del lavoro e del commercio non strumentali al mercato nordamericano e solo in parte agli interessi delle multinazionali europee. Così tutti i settori di produzione e servizi saranno predabili senza più freni, dall’agroalimentare al mercato dei farmaci, dalla scuola all’acqua. Insomma il paradiso delle multinazionali che potranno mettere le mani ovunque e detteranno legge e a cui i governi dovranno adeguarsi supinamente senza fiatare se non vorranno incorrere in pesantissime sanzioni. Non è ancora certo, ma forse la brexit potrebbe rappresentare un freno alla ratifica del trattato, per lo meno da parte della GB, insomma una bella gatta da pelare per i rapaci condor commerciali USA e le loro politiche ultraliberiste.


E poi c’è la questione indipendentista di Scozia e Irlanda. Nel 2014 la Scozia perse il referendum sull’indipndenza per un soffio. Una delle questioni in ballo era proprio la minaccia, neanche tanto ventilata, da parte degli organismi della UE di non accettare la Scozia nell’Unione se avesse vinto il Si al distacco. Bene, per uno di quei paradossi che spesso danno una spinta alla storia proprio la brexit potrebbe determinare la fine dell’Union Jack. L’esito del referendum ha mobilitato l’opinione pubblica scozzese e ha dato l’occasione alla segretaria del SNP Nicola Sturgeon di annunciare la possibilità di svolgere un secondo referendum per l’indipendenza dal Regno Unito (e per rimanere nell’Unione Europea). La brexit sembra aver svegliato perfino il nazionalismo nordirlandese che ora invoca la necessità di riunificazione con l’Irlanda. Bene. Che siano i popoli a decidere se rimanere nella UE, se rimanere negli stati dove sono imprigionati dal secolare colonialismo e dai tentativi di “fusione nazionale”. Che decidano i popoli con la democrazia e la coscienza libera, svincolati dalle minacce dei tecnocrati, degli speculatori e di cricche di potere sempre più elitarie e antidemocratiche.
Per quanto riguarda la Sardegna e il movimento indipendentista sardo, credo che anche noi dovremo batterci per avere gli stessi diritti dei cittadini britannici: poterci esprimere sull’appartenenza o meno alla UE e sull’appartenenza o meno allo stato italiano. Nessuno ci ha mai chiesto se vogliamo essere italiani e se si a quali condizioni. Nessuno ci ha mai chiesto se vogliamo aderire alla UE e a quali condizioni. Insomma nessuno ci ha mai chiesto nulla e a casa mia questo si chiama fascismo. Alla fine è una questione di democrazia e di diritto a decidere. 
Personalmente credo che il fondatore dell’indipendentismo moderno Antoni Simon Mossa, poliglotta e architetto di fama internazionale, avesse inquadrato il problema già in tempi non sospetti squadrando l’“unione europea” per quello che è ed è sempre stata, cioè un «sistema verticalistico» che «consente il controllo della produzione, del mercato e della ricerca delle risorse a un piccolo gruppo di operatori concentrati al vertici, e instaura la forma più pesante e più organizzata di colonialismo ad oggi conosciuta, perché non soltanto annulla la libertà dei popoli, ma la toglie a quelli che, come i francesi, l’avevano acquistata con una lunga lotta secolare».
Per cui rimbocchiamoci le maniche e lottiamo per una Sardexit, dall’Italia e dalla UE e, visto che le cose sono legate, anche dalla NATO di cui sopportiamo ancora oggi una occupazione militare invasiva, pericolosa ed arrogante.

Elezioni, oggi si vota in Spagna. PCPE: «Il voto al PCPE rafforza la classe operaia»

Traduzione dell'articolo del Segretario Generale del PCPE Carmelo Suarez, apparso su Unidad y Lucha, in vista delle elezioni generali che si terranno oggi in Spagna. 

Il voto al PCPE rafforza la classe operaia nel momento stesso in cui si decide di votarlo nel segreto dell’urna. Più voti ottengono i candidati del PCPE, più forte sarà la classe operaia per affrontare il dominio del capitale.
Il nemico di classe è consapevole del fatto che il risveglio della coscienza della classe operaia è il fattore più influente nella correlazione di forza fra capitale e lavoro. L’aumento di voti al Partito Comunista è direttamente proporzionale al risveglio della coscienza della lotta instancabile per l’emancipazione.
Chi, in questa occasione specialmente, decide di votare il PCPE dimostra un elevato grado di indipendenza di pensiero. Significa, infatti, che l'elettore che vota il PCPE non si lascia sedurre dal canto delle sirene della socialdemocrazia, né prende in considerazione che sia positivo per i suoi interessi che si installi un governo riformista e opportunista.
L’avanzata elettorale della nuova (o vecchia) socialdemocrazia, e la sua possibile entrata al Governo, non si traduce in una situazione migliore per la classe operaia.

[…]

In questi ultimi anni l’operazione politica attorno alla nuova socialdemocrazia di Podemos (uniti elettoralmente in Unidos Podemos, assieme ad Izquierda Unida) è riuscita ad attutire la lotta di classe e garantire al capitale un ambiente caratterizzato dalla pace sociale. Si è passati, attraverso la nuova socialdemocrazia, ad accantonare le lotte (strumento fondamentale per la classe operaia) per passare alle marce. Chiamate, queste, chiaramente interclassiste ed egemonizzate dalla piccola borghesia e collocabili all’interno dell’accettazione dei limiti del sistema capitalista.
L’esaurimento e il discredito del bipartitismo ha sollevato - nella borghesia - un urgente bisogno di mantenere la legittimità di un sistema ingiusto, violento ed artificiale, come quello capitalista. Il Partido Popular e il PSOE hanno esaurito un ciclo e la borghesia ha bisogno di un nuovo consiglio di Amministrazione alla Moncloa (Il Palazzo della Moncloa è un edificio storico di Madrid, situato nell'omonimo quartiere, che, dal 1977, ospita la sede della Presidenza del Governo del Regno di Spagna e la residenza ufficiale del Presidente e della sua famiglia ndt) più credibile per continuare a gestire i propri interessi. I candidati hanno formato rapidamente la coda ma la borghesia ha scelto coloro che ha reputato avere più capacità d’inganno: il partito di Pablo Iglesias.
Questo 26 giugno, la classe operaia ha la possibilità di constatare l’esistenza di un settore avanzato di lavoratrici e lavoratori che, sostenendo col loro voto il PCPE, depositano la loro fiducia nel cammino del progresso che porterà fino al potere operaio e alla rivoluzione socialista. Più forte sarà tale settore, più forte sarà la classe operaia che, il giorno dopo le elezioni, organizzerà il contrattacco e la lotta generale che la borghesia ha dichiarato fin dall’inizio dello scoppio dell’attuale crisi capitalista di sovrapproduzione.



Il lavoro svolto dal PCPE in questa campagna elettorale è di grande importanza proprio per questo cammino di rafforzamento. Un discorso chiaro e diretto ha raggiunto la classe operaia in centinaia di posti di lavoro e nei quartieri.
Nonostante i tentativi di mettere a tacere le nostre politiche, dalle proposte borghesi, dai Consigli elettorali o dai media, mezzi-di-manipolazione-di-massa, il PCPE ha rotto l’assedio mediatico ed è arrivato nelle città col proprio impegno militante e con le sue tecniche di agitazione di massa. In uno dei quartieri dove il partito ha organizzato una delle sue riunioni, uno tra i partecipanti ha detto con orgoglio: «E’ la prima volta che l’internazionale è cantato nel nostro quartiere»
Questo è l’obiettivo del nostro lavoro elettorale: far avanzare il Partito assieme alle masse, così come affermano le conclusioni del nostro X Congresso.

Pertanto,  in questo 26J il PCPE chiede il voto per la classe operaia, affinché diventi più forte, per far avanzare la lotta per l’emancipazione dal dominio capitalista, così che ci si possa avviare insieme verso la Rivoluzione Socialista in tutta la Spagna 

Fronte indipendentista unidu: perché la Brexit è una buona notizia

Il Fronte Indipendentista Unidu accoglie con grande entusiasmo e speranza l’uscita della Gran Bretagna dalla UE. Questo fatto storico può essere una buona occasione per scatenare un processo di smantellamento dell’oligarchia finanziaria chiamata UE che sta sottomettendo i popoli e i lavoratori del continente a rigidissime ed odiose misure di austerità che, in diversi casi, stanno portando interi settori sociali sotto la soglia di povertà.
Il Fronte Indipendentista Unidu ritiene necessario aprire gli occhi al Popolo Sardo sulla vera natura antidemocratica e usuraria della UE. L'Unione Europea, al di là della propaganda messa in campo, nel corso degli ultimi quindici anni ha solo rafforzato la propria posizione di tutela delle classi dominanti e del Capitale transnazionale, tutto a discapito dei disoccupati, dei pensionati, degli studenti, dei lavoratori e dei popoli sia quelli rappresentanti da uno stato (come per esempio quello greco), sia quelli senza uno stato (catalani, baschi, corsi, sardi, ecc.). La UE è stata inoltre il contenitore economico entro il quale scaricare migliaia di miliardi di titoli tossici (sub-prime), naturale risvolto dell'imperialismo finanziario USA e fattore determinate dell'attuale recessione europea.


Pertanto il Fronte Indipendentista Unidu è impegnato da mesi a prendere contatti con tutte quelle realtà progressiste e antirazziste che, chiaramente e senza zone di ambiguità, abbiano una posizione di netto contrasto alle politiche ultra liberiste della UE e che pongano a base della propria politica almeno quattro punti fondamentali:


1) Uscita dalla UE e dall'eurozona e moratoria del debito

La UE è irriformabile e va smantellata. I sogni di federalismo europeo e di pacifica convivenza dei popoli enunciati per esempio nel "Manifesto di Ventotène" esprimono valori positivi e auspicabili che non hanno però nulla a che fare con la realtà di una unione di oligarchie finanziarie e militari che strangolano la prosperità delle masse lavoratrici e dei popoli europei.

2) Uscita dalla NATO

La NATO è stata fondata come alleanza difensiva in vista di una possibile invasione da parte dell'Unione Sovietica, ma questa alleanza militare è invece sempre intervenuta in guerre di aggressione imperialista. Non riteniamo che la NATO sia compatibile con i valori di coesistenza pacifica e di collaborazione paritetica tra popoli che auspichiamo, per cui siamo favorevoli al suo scioglimento e in ogni caso riteniamo che tutti i popoli liberi non ne possano essere complici pedine. L'attuale crescente militarizzazione dell'Europa non è sostenibile in quanto toglie risorse ai servizi primari e mina alle fondamenta la costruzione di una vera e duratura pace e prosperità tra i popoli.

3) Riconoscimento del diritto delle nazioni senza stato alla loro autodeterminazione. 

La UE è una unione di stati e oligarchie finanziarie, non di popoli liberi. Molti stati europei infatti reprimono le minoranze nazionali, negano loro fondamentali diritti civili come l'utilizzo della propria lingua e ne utilizzano i territori come basi neo-coloniali, soprattutto di carattere militare, energetico e fiscale. Il riconoscimento del diritto dei popoli senza stato ad esercitare il diritto all'autodeterminazione nazionale è un fattore fondamentale di straordinaria dirompenza democratica e sociale che mette de facto in crisi le fondamenta stesse che reggono la UE e il blocco NATO.

4) Radicale revisione di tutte le politiche ultraliberiste in materia di lavoro, servizi, fiscalità e coercizione militare

 I governi della UE hanno varato misure gravemente antipopolari che hanno cancellato le principali conquiste economiche e politiche del movimento operaio e contadino del Novecento. La cabina di regia di questa reazione risiede nelle centrali economiche e politiche delle oligarchie finanziarie che comunemente chiamiamo Troika. Cancellare integralmente queste politiche economiche significa affossare le oligarchie e mandare in cortocircuito la ragion d'essere della stessa UE, aprendo una via di progresso sociale e pace.

Su questa base il Fronte Indipendentista Unidu sta lavorando alla costruzione di un'alleanza internazionale realmente progressista, anticolonialista e democratica avversa al blocco UE/NATO.


«Il popolo lavoratore rifiuta il progetto dell'UE»

Traduzione della nota del presidente del Partito dei Lavoratori, Michael Donnelly.

Il Partito dei Lavoratori ha accolto con favore l’esito del Referendum UE nel Regno Unito: si tratta di una chiara dimostrazione di come il popolo lavoratore rifiuti la direzione politica ed economica dell’UE, nonostante i tentativi di confondere e sviare il dibattito.
Michael Donnelly, presidente del Partito dei Lavoratori, ha dichiarato: «L’Unione Europea serve agli interessi delle grandi imprese, alle multinazionali e alle istituzioni finanziarie. Le sue politiche hanno reso i ricchi più ricchi e i poveri più poveri. Il voto dato all’opzione del ‘leave’ rappresenta un rifiuto di questa filosofia. L’Irlanda del Nord è ancora una parte d’Europa e continuerà ad avere stretti rapporti a tutti i livelli, tuttavia ora siamo in grado di farlo senza le restrizioni anti-operaie delle istituzioni europee». 

La lotta del nostro tempo | di Alessandro Mustillo

di Alessandro Mustillo, segretario nazionale del Fronte della Gioventù Comunista http://www.senzatregua.it/la-lotta-del-nostro-tempo/

La parabola dell’Unione Europea ha imboccato la curva discendente. Quello che fino a pochi anni sembrava come un progetto stabile, indiscutibile, vedeva a sostegno un blocco dirigente compatto, oggi subisce i primi colpi della disgregazione. La storia dimostra ancora una volta che l’apparente staticità – quella che ci raccontano gli apparati ideologici delle classi dominanti – può essere rovesciata, travolta dai fenomeni che accadono al di sotto della superficie che agli occhi distratti appare immutabile, che modificano i rapporti di forza, rovesciando la direzione degli eventi. Negli ultimi dieci anni, dall’inizio della crisi ad oggi, il consenso alle politiche europee e all’idea stessa di Europa unita è andato progressivamente perdendosi, specialmente nelle classi popolari ed oggi il risultato del referendum britannico rende chiarissima questa tendenza, oltre le già notevoli avvisaglie elettorali avute in questi ultimi anni.
Insieme all’Europa si registra il fallimento della sinistra europeista, quella vasta (ultramaggioritaria) corrente di pensiero che in ottica di compromesso ha provato a dare all’Unione imperialista, tecnocratica, ultracapitalista della realtà, la visione di progressista di un sogno. Solo i comunisti negli anni ’50 ebbero la lucidità di opporsi in modo compatto al nascente mercato unico europeo, che vedeva il favore della socialdemocrazia. L’allentamento in molti partiti di una visione marxista ha compromesso questa compattezza. Dall’eurocomunismo in poi l’accettazione dell’orizzonte comune europeo ha modificato una visione internazionalista nell’accettazione dell’Europa unita e delle sue istituzioni, dei suoi meccanismi, come terreno di azione nella ricerca della modifica riformista della politica europea. Un errore storico enorme, che ha condannato la sinistra post-comunista e quanti oggi siedono nel Partito della Sinistra Europea ha abdicare completamente al proprio ruolo storico, a divenire in molti casi (leggasi Grecia) il più potente difensore della UE. Ma i sogni sono una cosa, la realtà concreta un’altra ed è quella che in ultima istanza pesa nel giudizio della storia, che modifica le idee, ben più di quanto ogni forma ideologica sia in grado di fare il contrario.

Il Fronte della Gioventù Comunista in corteo
L’Europa che la sinistra ha difeso aveva da tempo perso anche quei minimi margini di compromesso, che potremmo definire sinceramente socialdemocratico, che derivavano dal contesto storico della contrapposizione di sistema tra URSS e paesi capitalistici. In un processo speculare e intimamente connesso con quanto accaduto nei singoli paesi, determinato dalle medesime necessità economiche, il compromesso socialdemocratico, keynesiano, riformista, ha lasciato il posto al pieno e completo sviluppo delle politiche più favorevoli al capitale, in un’ottica di rapporti di forza mutati completamente a favore delle forze capitalistiche. Ogni freno alle politiche di attacco alle classi popolari si è perso, e la sinistra europea è restata a difendere un modello ideale – quello dell’Europa del Manifesto di Ventotene – che mai ha avuto neanche parziale attuazione, che era storicamente insufficiente per la fase in cui fu concepito, che si basava su un’errata valutazione delle reali possibilità di un processo di tale genere, e che soprattutto collideva sempre di più con il reale volto dell’Unione Europea, percepito ogni giorno di più dalle classi popolari sulla propria pelle. La sinistra ha perso il suo terreno di lotta, la sua funzione storica di guidare le masse popolari nel percorso della loro emancipazione, ha perso ogni capacità di porsi alla testa di questo fenomeno storico, lasciando colpevolmente spazio a movimenti di altra estrazione politica.
La questione da tempo non è più se e come il progetto europeo si romperà, e il voto britannico ne è una conferma. Il punto è quale sarà la direzione del movimento popolare che porterà alla rottura del quadro europeo, se essa avrà una connotazione progressista, socialista, o se sarà capeggiata da forze di carattere nazionalista, facendo in sostanza passare i popoli europei, per usare un’espressione chiara, dalla padella alla brace. Qui sta oggi il terreno d’azione dei comunisti: qui si crea uno spartiacque storico tra le forze che stanno da una parte e quelle che stanno dall’altra. È rispetto alla storia che si comprende per quale motivo è oggi impossibile una politica unitaria, o un’ottica frontista con le forze politiche della sinistra europea che stanno oggettivamente dall’altra parte della barricata, e che con la loro linea stanno lasciando all’estrema destra la guida del movimento popolare di attacco alla UE. Né c’è da sperare che le forze reazionarie “facciano il lavoro per noi”. Né da riporre fiducia in quei progetti privi di guida politica come il Movimento 5 stelle, che si stanno accreditando agli occhi delle classi dirigenti europee come fattore di stabilizzazione dell’instabilità, il cui unico ruolo storico può essere rimandare (forse e non è chiaro di quanto) l’appuntamento e i problemi di direzione politica connessi, catalizzando la protesta in un voto senza sbocco, ma non cancellarlo.
Il punto vero – piaccia o no – è che oggi le classi popolari non sono e, in mancanza di guida, non potrebbero essere, l’attore principale dei processi che si stanno innescando. Sono il convitato necessario, il voto che pesa, ma non la direzione politica. L’Unione Europea, e ancora di più la prospettiva di allargamento del mercato unico con il TTIP e i trattati connessi, insieme con la crisi e la congiuntura internazionale di sistema, con l’emergere di nuove potenze capitalistiche, ha creato fratture trasversali ai singoli paesi nelle classi dominanti europee, che oggi non parlano più la stessa lingua. La piccola e media borghesia sono schiacciate dal mercato unico. Sono questi gli strati sociali che oggi determinano la linea del processo storico. Le classi popolari in mancanza di interlocutori nel campo progressista, si pongono alla coda di queste rivendicazioni, salvo rarissimi casi, a dire il vero, estremamente isolati nel continente. Nel proletariato pesa di più la guerra e la competizione al ribasso sul lavoro, la questione dell’immigrazione trasversale interna alla UE e verso i suoi paesi, che non un’ottica di lotta di classe, verticale, che metta in discussione il modello di sistema. E’ una lotta estrema di difesa, non di attacco. Inutile farsi illusioni facili. Nell’attuale condizione, la mancanza di anni di lavoro coerente, hanno reso il terreno fertile per ritorni di fiamma di nazionalismi e fenomeni connessi, piuttosto che per uno sbocco progressista di questa fase.
Quei movimenti alla guida del processo di rottura della UE saranno altre catene, nuove forme di governi, ma stesso sfruttamento. A settori delle classi dominanti, si sostituiranno altri settori, ma sempre su stesse regole, quelle capitalistiche. Non c’è lotta di sistema ma una contesa di posizioni, in cui, di per sé, le classi popolari non hanno nulla da guadagnare. Se queste contraddizioni potranno essere sfruttate in ottica differente sarà solo con un’organizzazione che ribalti gli interessi in gioco, eviti la saldatura dei settori della piccola borghesia al disegno reazionario di una parte delle classi dominanti, e al contrario ponga al centro il protagonismo e gli interessi delle classi popolari. È su questo terreno che i comunisti sono oggi chiamati a operare. Evitando tentennamenti, frammentazioni tra le forze che condividono con coerenza una linea di rottura della UE, con le forze politiche che sono ad essa collegate (quindi anche socialdemocratici e Sinistra Europea), con le forze sindacali di classe, che hanno posto la questione della UE nella loro lotta. Ogni lotta è utile, anche la prossima campagna referendaria. La posta in gioco è ribaltare rapporti sfavorevoli. Sarà possibile? E’ l’unica strada.

Lasciare l'UE: un primo passo antimperialista


Intervista esclusiva sul referendum UE a Ella Rule, Vice Presidente del Partito Comunista di Gran Bretagna - Marxista Leninista (CPGB-ML). Fonte: Resistenze.org

In un articolo del vostro giornale, si dice che lasciare la UE consente di compiere un piccolo passo in avanti nella lotta per il socialismo. In che modo?
«L'aspetto saliente è che si tratta di un passo antimperialista. Il popolo non necessariamente se ne rende conto. Ma se l'Unione europea è una formazione imperialista che ha commesso numerosi crimini di guerra sin dal suo esordio e perché l'Unione europea è forte. Se la UE cadesse a pezzi, cosa che il voto britannico per la Brexit favorirebbe, l'imperialismo uscirebbe indebolito. Sì, rimarrebbero diversi paesi, ma non sarebbero così forti come prima. L'Unione europea inoltre è sempre stata strettamente alleata con l'imperialismo degli Stati Uniti: la disgregazione della UE indebolirebbe anche l'imperialismo statunitense, che è, naturalmente, il nemico più feroce della classe operaia».

Quali sono le principali preoccupazioni per la partecipazione all'UE? In che modo l'appartenenza alla UE influenza il popolo?
«La UE ci rende co-cospiratori nella lotta dell'imperialismo contro i popoli del mondo. Non vogliamo davvero aggregarci a questi banditi. Credo che con ogni probabilità ci sarà molta pressione sotto il profilo finanziario come esito dell'uscita dall'UE, se ciò dovesse accadere. I quotidiani dicono che gli anziani perderanno i loro abbonamenti gratuiti del pullman e il Cancelliere ha sputato ogni tipo di minacce. Anche se fossero messe in atto, ritengo che non si possa far parte di un'istituzione la cui sopravvivenza dipende dall'oppressione della maggior parte del mondo e dal terrore esercitato sui popoli degli altri paesi. Si è fatto molto rumore sugli immigrati che vengono in Europa. Arrivano perché l'Unione europea è implicata come l'imperialismo USA nella fuga dalle loro case. Qualsiasi indebolimento dell'imperialismo crea opportunità per il movimento di classe».

Dicevi che opponendosi all'Unione europea, i socialisti si trovano in una compagnia estremamente nauseante. Venite criticati per trovarvi dalla stessa parte di questi gruppi. Ciò rende la vostra lotta più difficile?
«Sì, naturalmente. Si può ben capire il motivo per cui questi personaggi hanno preso questa posizione. Non capiscono realmente la natura imperialista della UE. E quindi, la loro agenda si ferma alla superficie delle questioni, senza affrontare il problema di fondo. In realtà, l'anti-islamismo e la xenofobia sono posizioni del tutto reazionarie e dividono e indeboliscono la classe operaia. Tuttavia, un detto inglese dice che "anche un orologio rotto ha ragione due volte al giorno", quindi, anche i reazionari a volte sono in grado di prendere una posizione corretta, anche se parte da assunti sbagliati».

Frances O'Grady, segretaria generale del Trades Union Congress, afferma che è grazie all'Unione europea che ai lavoratori sono garantiti i loro diritti, quali le ferie retribuite, il congedo parentale, la parità di trattamento per i lavoratori part-time, ecc. Molti altri che sostengono di essere di sinistra dichiarano la loro volontà di rimanere. Cosa ne pensi a riguardo?
«Non so in quale pianeta vivano! Si guardi a ciò che sta accadendo in Grecia ora, la Grecia che è ancora un membro dell'Unione europea: in che modo la UE sta aiutando la Grecia? Le pensioni dei greci sono state tagliate e i servizi sociali - scuole, ospedali, ecc - sono in una situazione estremamente disastrosa. Non pare che la UE li protegga. I francesi stanno combattendo molto ferocemente per cercare di preservare i loro diritti fondamentali. Come li aiuta l'Unione europea? E' pazzesco, la tesi più strampalata che abbia sentito in un milione di anni».

Nel Regno Unito, vi è un gran numero di persone provenienti da paesi europei venuti per lavorare. Pensi che l'uscita dalla UE costringerà queste persone - tutte della classe lavoratrice - a tornare nei loro paesi d'origine? 
«Dubito che, a seguito di un esito positivo della Brexit sarebbero rimandati indietro. Se lo fossero, sarebbe un effetto collaterale molto infelice. Ma comunque non si possono contrastare gli interessi dell'imperialismo senza fare sacrifici. Non potremo vincere la guerra contro l'imperialismo, senza sacrifici tremendi. Sarebbe ovviamente un peccato ma mi sembra tuttavia improbabile. La classe dirigente britannica guadagna un sacco da maestranze altamente qualificate e molto economiche. Allora, perché dovrebbero rimandarli a casa?»

In quale modo gli altri paesi potrebbero essere colpiti dalla Brexit? L'UE uscirà considerevolmente indebolita? 
«Lo sarà. Il fatto è che ci sono diversi paesi anche all'interno dell'UE in cui le masse popolari tendono ad accusare l'UE della crisi economica che sommerge il mondo nel suo complesso. Vi è questa sensazione: se il Regno Unito esce, sarà il primo di molti. Si guardi alla Spagna, per esempio, dove probabilmente potrebbero essere indette nuove elezioni, visto che non sono riuscite le precedenti. Si pensa che pure il popolo spagnolo potrebbe prendere seriamente in considerazione l'uscita. La Grecia avrebbe dovuto lasciare. Lasciare e rifiutare di pagare il debito. La Grecia ha recentemente ricevuto un nuovo prestito. Si specula che la ragione del nuovo prestito da parte del Fondo monetario internazionale (in violazione delle norme di prestito del FMI) è proprio per evitare il  default della Grecia alla vigilia del referendum britannico. Perché quando la Grecia fallirà - è probabile che vi sarà costretta - allora i creditori della Grecia presenteranno il conto ai paesi europei. Dovremo coprire le perdite, il che significherà maggiore austerità sulle spalle della classe operaia nel resto dell'UE... Chiaramente stanno facendo quello che possono per tenere a bada il default greco un po' più a lungo».

Ci sono diverse campagne e vari fronti che si propongono di abbandonare l'UE. Cosa pensi di loro?
«Per quanto mi riguarda, la principale campagna per l'uscita è la Brexit. Ma include gli sciovinisti, include coloro che nutrono motivazioni xenofobe. In un certo senso noi stiamo per conto nostro. Nessuna di queste altre persone vorrebbe aver a che fare con noi.»

Qual è la politica del suo partito sull'immigrazione?
«Sono un'europea. Mio padre è spagnolo e mia madre è inglese. Amo l'unità europea. Mi piace vagare per l'Europa. Mi piace ascoltare e parlare altre lingue. La politica del nostro partito è l'apertura delle frontiere. Siamo a favore del coordinamento internazionale e della cooperazione tra i lavoratori di tutti i paesi. Siamo contrari a ogni controllo sull'immigrazione. Ma questo non significa che automaticamente dobbiamo sostenere un'organizzazione imperialista. Ci sono molte persone che vengono in Gran Bretagna per opportunità di lavoro. Inoltre, molti inglesi lavorano in tutto il mondo. Vogliamo riportarli indietro? Si lasci che le persone colgano le opportunità dove sono. Il capitale va dove vuole. Perché non le persone? Parte delle sofferenze subite dalla classe operaia sono dovute al fatto che il capitale che hanno prodotto per il capitalista va a fare più soldi in un'altra parte del mondo. Il capitalismo è il capitalismo; è così che funziona. Non può funzionare in modo diverso. Persegue il massimo profitto. L'unica soluzione è sbarazzarsi del capitalismo. Lasciare l'Unione europea può essere un passo verso questa soluzione.»

Il Partito Comunista Sudafricano sostiene l'ANC

Il Partito Comunista Sudafricano (SACP) ha dichiarato il suo sostegno all’ANC (African National Congress) in vista delle elezioni locali.
Traduzione della nota, visibile qui in lingua originale.

Il Partito Comunista Sudafricano ha dichiarato il proprio sostegno all’ANC in vista delle elezioni locali per la municipalità di Manguang. La città è all’interno dello Stato Libero che governa Bloemfontein, capitale giudiziaria del Sud Africa. Il SACP ha sottolineato le preoccupazioni delle comunità locali, concentrandosi sull’indebitamento delle famiglie e la trasformazione del settore finanziario, sulla questione degli sfratti, sulla governance partecipativa, sulla sicurezza alimentare e sulla costruzione di cooperative ponendo fine alla disoccupazione crescente (in particolare quella giovanile).

Per quanto riguarda le tensioni tra SACP e ANC, i dirigenti del Partito hanno dichiarato che la campagna elettorale rappresenta un’opportunità per la massima unità. 

Disposizioni del Comitato Centrale del Partito Comunista Indiano Indiano (Marxista)

Il CC del Partito Comunista Indiano (Marxista) dell’India s’è riunito dal 18 al 20 Giugno. Nel lungo documento redatto alla conclusione del Comitato Centrale, s’è analizzata la questione elettorale che ha premiato il risultato del partito in Kerala ma non nel Bengala Occidentale. Pubblichiamo un estratto del lungo documento redatto alla conclusione delle giornate di riunioni del Comitato Centrale del CPI (M), prestando particolare attenzione alla questione delle elezioni, come anticipato già in un post precedente che citava en passant le elezioni in Bengala Occidentale e in Kerala.


In questa tornata elettorale, il BJP ha fatto notevoli passi in avanti. Per la prima volta s'è formato il governo in Assam. Nel Bengala Occidentale il BJP ha guadagnato molto: la stessa organizzazione politica ha condotto una campagna molto aggressiva in Kerala e si sono verificati gravi scontri post-scrutinio contro il CPI (M) - Communist Party of India (Marxist). Nel complesso, il Congresso ha subito una battuta d’arresto in questo turno elettorale, la performance del BJP ha incoraggiato a prendere una posizione più aggressiva nella politica post-elettorale del Paese.

Kerala

Il CPI (M) ha condotto la sua azione della campagna elettorale per togliere la regione dal controllo dell’UDF (United Democratic Front) e del BJP. Il Partito ha preso una posizione forte contro l’aziendalizzazione e la corruzione. La vittoria è il riconoscimento della politica di potenziamento a sinistra e alternativamente democratica sia al BJP che al Partito del Congresso.

Tamilnadu

I risultati delle elezioni in Tamilnadu sono stati deludenti per il CPI (M). L’lalleanza di sei partiti non poteva vincere né conquistare alcuna rappresentanza (e così è stato ndt). Una delle caratteristiche delle elezioni in Tamilnadu  è stata l’uso massiccio del denaro senza precedenti sia da parte dell'AIADMK (All India Anna Dravidian Progress Federationche dal DMK (Dravidian Progress Federation).

Assam

La coalizione di sei partiti, anche in questo caso, non ha ottenuto nessun seggio. I partiti di sinistra hanno fatto appello agli elettori per spodestare il Congresso dal potere, sconfiggere il BJP ed eleggere i propri candidati per rafforzare l’unità del popolo e garantire lo sviluppo dello Stato a tutto tondo. 
Sia in Tamilnadu che in Assam, dunque, l’accento dovrebbe essere posto sulla costruzione della forza indipendente del partito attraverso lotte e l’adozione di misure che chiamino a raccolta tutte le forze di sinistra e democratiche.

Bengala Occidentale

Il Trinamol Congress è tornato al potere ottenendo 211 seggi su 294 disponibili, assicurandosi - dunque - la maggioranza dei due terzi. Le elezioni si sono svolte in condizioni molto difficili, sia per il nostro partito che per il Fronte di Sinistra. Nel corso degli ultimi cinque anni il terrore scatenato dal Trinamol congress - iniziato anche prima della campagna elettorale - ha fatto sì che venissero trasferiti in massa migliaia di iscritti e simpatizzanti del partito, che ne venissero saccheggiati gli uffici e le sedi e che venissero presi di mira i militanti e le donne del partito.
Il CC ringrazia i propri elettori in Bengala Occidentale che, sfidando questa politica di terrore e violenza, hanno votato il CPI (M) e il Fronte di sinistra contro il governo del Trinamol Congress.
Il Trinamol Congress ha scatenato la violenza diffusa nei confronti dei quadri dei partiti di opposizione. Molti quadri del CPI (M) sono stati uccisi e molte sezioni (e uffici) sono stati saccheggiati e altri dati alle fiamme.

In queste circostanze il CPI (M) invita la popolazione del Bengala Occidentale a resistere unitariamente a questo omicidio della democrazia e delle libertà civili. La forza della Resistenza dei settori più ampi del popolo è la legittima risposta contro questo scatenarsi di violenza senza precedenti.

Il CC ha concluso che le tattiche elettorali adottate in Bengala Occidentale non erano in sintonia con la decisione del CC di non avere alleanze o intese col Congresso. Tale comportamento va rettificato e il CC ha altresì sottolineato l’importanza di aderire alla linea del 21esimo Congresso del Partito.


In una situazione in cui gli oneri nei confronti delle persone meno abbienti vengono aumentati senza sosta, il CC ha invitato le unità del partito a mobilitarsi contro l’aumento dei prezzi e la crescente disoccupazione dall’11 luglio al 17 luglio 2016. 
Il CC ha stabilito, infine, che ogni sezione in tutto il paese dovrà organizzare azioni di protesta - nella prima settimana di agosto 2016 - contro la violenza senza precedenti scatenata dal Trinamol Congress.

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